Origine e contesto storico
Le carte portolane — dette anche portolani quando accompagnate da un testo descrittivo delle rotte — compaiono nella documentazione europea intorno al 1270, con la cosiddetta Carta Pisana, conservata alla Bibliothèque nationale de France. La loro comparsa relativamente improvvisa nel record documentario ha alimentato un lungo dibattito: si tratta di un'invenzione autonoma del Mediterraneo medievale o di un adattamento di conoscenze geografiche di origine araba?
L'ipotesi oggi prevalente, sostenuta da Tony Campbell e da Patrick Gautier Dalché, propende per una genesi autoctona, legata alle pratiche di navigazione delle marinerie di Genova, Venezia, Pisa e delle città catalane. I cartografi di questi porti disponevano di una rete di informazioni pratiche — distanze tra capi, orientamenti costieri, profondità dei fondali — accumulata nel corso di generazioni di navigazione empirica.
Struttura tecnica: la rete delle rotte lossodromiche
L'elemento più riconoscibile delle carte portolane è la fitta rete di linee rette che le attraversa. Si tratta di linee di rotta o rhumbs, tracciate a partire da sedici o trentadue centri distribuiti ai margini della carta. Ogni centro corrisponde a una delle direzioni principali dei venti, ragione per cui la rete è anche chiamata rosa dei venti o sistema di venti.
Queste linee non sono paralleli o meridiani: sono lossodromie, ovvero linee che intersecano tutti i meridiani con un angolo costante. Un navigatore che mantenesse la stessa rotta bussola rispetto al nord magnetico seguiva di fatto una lossodromia. La rete portolana permetteva di leggere direttamente la direzione di navigazione tra due porti, facendo corrispondere il tratto di costa alla linea di rotta più vicina.
La scala grafica era ricavata per confronto con distanze note. Il miglio marino usato nei portolani italiani equivaleva a circa 1,25 km, leggermente diverso dall'attuale miglio nautico internazionale (1,852 km). Le distanze erano espresse in miglia o in giornate di navigazione.
Materiali e tecniche di costruzione
Le carte portolane erano tracciate su pergamena di vitello o montone, preparata con calce e tesa su telaio durante l'essiccazione. La forma irregolare delle pergamene conservate rispecchia spesso quella originale della pelle, con il collo dell'animale che costituisce il bordo sinistro della carta.
Il tracciato costiero era disegnato in nero o marrone, con i topònimi scritti perpendicolarmente alla linea di costa, rivolti verso l'interno. I porti principali erano segnalati in rosso, i secondari in nero. Le isole erano colorate a tinte piatte, con una tavolozza che variava da cartografo a cartografo ma includeva regolarmente il verde per la Sardegna e il giallo per la Sicilia.
La lavorazione di una carta di grandi dimensioni richiedeva settimane di lavoro. I cartografi veneziani e genovesi si tramandavano i fondali e le tecniche di disegno in botteghe familiari. Tra le famiglie più documentate si ricordano i Vesconte di Genova, attivi tra il 1311 e il 1330, e i Cresques di Maiorca, autori dell'Atlante catalano del 1375.
Precisione e distorsioni geografiche
La precisione delle carte portolane per il bacino del Mediterraneo è stata oggetto di studi quantitativi. Analisi condotte da Joachim Lelewel nel XIX secolo e riprese nel Novecento da storici come Armando Cortesão hanno mostrato che la deformazione del Mediterraneo nelle carte portolane trecentesche è mediamente inferiore all'1% in senso longitudinale, un risultato notevole in assenza di strumenti di misura del tempo.
Le distorsioni maggiori riguardano le regioni periferiche: la costa atlantica iberica, il Mar Nero e le coste nordafricane tra Tripoli e Alessandria presentano errori più marcati, probabilmente perché meno frequentate dalle marinerie che producevano le carte. Le coste della penisola italiana, della Francia meridionale e della Grecia sono le più accurate in assoluto.
Archivi di conservazione in Italia
Le carte portolane originali sono distribuite tra numerosi archivi e biblioteche italiane ed europee. In Italia, le raccolte principali si trovano presso:
- La Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia, con circa quaranta carte originali tra cui esemplari attribuiti a Francesco Beccari (1403)
- La Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze, che conserva il Portolano Laurenziano, datato al 1351
- L'Archivio di Stato di Genova, con documenti relativi alle botteghe cartografiche genovesi
- La Biblioteca Nazionale di Roma, con carte di provenienza iberica e veneziana
La British Library di Londra e la Bibliothèque nationale de France conservano le raccolte più ampie al di fuori dell'Italia, con esemplari che coprono l'intero arco cronologico della produzione portolana.
Declino e trasformazione
La produzione di carte portolane non cessò bruscamente con le grandi scoperte geografiche del XV e XVI secolo, ma si trasformò. I cartografi veneziani e iberici iniziarono a integrare le nuove coste atlantiche nelle carte tradizionali, mantenendo la struttura della rete di rotte ma ampliando progressivamente il campo geografico.
Giacomo Gastaldi, cartografo piemontese al servizio della Serenissima, fu tra i primi a produrre mappe su supporto cartaceo invece che su pergamena, destinate alla stampa. Il passaggio al rame come matrice di stampa, verso la metà del XVI secolo, segnò la fine della produzione manoscritta su larga scala e l'inizio dell'industria cartografica moderna.
Le informazioni contenute in questo articolo sono di carattere storico-documentario. I dati sulle distorsioni geografiche si basano su studi pubblicati; per approfondimenti tecnici si rimanda alle fonti citate.